Produrre articoli tessili da materiali ecologici o riutilizzati costa di più sia alle aziende produttrici sia ai consumatori. È solo una strategia di marketing aziendale o nasce da una reale richiesta dei consumatori? Siamo davvero in grado di verificare se il capo dichiarato green è stato prodotto o meno con fibre riutilizzate? Una miniguida per orientarsi.

 

Sempre più sentiamo parlare di Moda etica e sostenibile reclamate a gran voce dal marketing aziendale, ma sorgono spontanee alcune domande che necessitano di risposte chiare. Le fibre sostenibili, nate per tutelare l’ambiente e l’uomo, lo sono realmente?

I capi realizzati con tali fibre presentano prestazioni funzionali – come la resistenza meccanica, la resistenza all’abrasione o al pilling – accettabili da parte del consumatore, e portano a un effettivo miglioramento del bilancio commerciale? Ogni fibra può essere resa più sostenibile di quanto non lo fosse in precedenza attraverso interventi tecnologici; ma tali interventi rispettano gli obiettivi ecologici, sociali, economici?

Se poi il materiale riutilizzato (riciclato o rigenerato) viene confezionato in Paesi che non rispettano i diritti dei lavoratori, come si può parlare di Moda etica e sostenibile?

Vi è inoltre una gran confusione nel Tessile sostenibile derivato da fibre riutilizzate: fibre tessili riciclate o rigenerate, procedimenti di recupero meccanici e chimici, cotone bio, cotone OGM… A questo si aggiungono numerosi certificati nazionali e internazionali come ICEA, GOTS, IVN, OEKO-TEX, Fair Trade, GRS.

Il recupero del tessile

ecologiciEsistono quattro approcci per il recupero del materiale tessile.

Il processo meccanico sfrutta la modificazione del materiale attraverso operazioni fisiche. Il tessuto viene triturato tramite l’utilizzo di carda: con tale procedimento viene aperto e riportato a fibre, tramite le sollecitazioni meccaniche applicate dai cilindri dentati. Le fibre ottenute vengono nuovamente filate, spesso aggiungendo del materiale vergine.

Il processo chimico utilizza agenti chimici per separare gli elementi costituenti del materiale, fino a ottenere di nuovo i materiali di partenza.

Il recupero energetico avviene attraverso la conversione del materiale in energia tramite l’utilizzo di inceneritori.

Per il riutilizzo di capi già indossati, gli abiti vengono immessi nei circuiti della beneficenza (vendite organizzate, raccolte, donazioni) anche attraverso l’esportazione. A questo proposito è lecito domandarsi se, così facendo, non si corra il rischio di creare in alcuni casi una seconda “discarica” in tali Paesi, rallentando la nascita di industrie tessili locali.

Materiali ecologici: i tipi di riciclo

Vi sono due tipi di riciclo del PET.

Riciclo meccanico: è il più diffuso. Dopo la raccolta differenziata il PET viene riciclato meccanicamente attraverso apparecchiature che differenziano, sminuzzano e risciacquano la plastica. In questo processo, però, viene riutilizzato solo il 20% della plastica, mentre il restante materiale di scarto finisce in discariche e inceneritori.

Riciclo chimico: si tratta di un processo basato sulla depolimerizzazione del materiale, cioè sulla divisione della catena polimerica nei suoi anelli costitutivi, con processo enzimatico o con microonde. Si ottengono così i monomeri di partenza, che possono essere di nuovo polimerizzati per realizzare un materiale con le stesse proprietà chimico-fisiche di quello vergine. Il filato o il capo ottenuto per estrusione dei microchip riciclati dovrà essere tinto con tutte le precauzioni, per evitare di realizzare prodotti tossici.

Materiali ecologici: le fibre naturali

La vita media di un capo di abbigliamento si aggira attorno ai tre anni, dopo i quali viene gettato via. Tali materiali vengono immessi nei circuiti della beneficenza o, nella maggior parte dei casi, terminano il loro ciclo di vita negli impianti di recupero tessile o in discarica.

Rigenerazione della lana e cashmere: questi tessuti vengono raccolti, divisi per colore e trasformati di nuovo in filato solo per via meccanica e non chimica. Il risultato è una “lana meccanica da stracci”, di qualità inferiori a quelle di lana o cashmere vergini, per via di una fibra più corta e degradata; la rigenerazione di lana e cashmere peggiora il pilling e la resistenza meccanica (Fig. 1 e 2). Per questo non può essere riciclato all’infinito. Bisogna diminuire la quantità che finisce in discarica, con opportuni interventi quali i premi per la raccolta.

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Fig. 3 – Differenza di lunghezza tra fibra originale e fibra rigenerata

Rigenerazione del cotone: il cotone può essere riciclato fino a un certo punto, perché con la lavorazione la fibra si accorcia sensibilmente e, per confezionare un capo di buona qualità, deve molto spesso essere mescolata a cotone nuovo o ad altre fibre (come il poliestere). Per inciso, la lunghezza della fibra è la variabile qualitativa più importante (Fig. 3).

 

 

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