Nobilitazione tessile: guida rapida ai principali trattamenti

Per “nobilitazione tessile” si intendono quei trattamenti a cui si sottopone il materiale tessile in lavorazione (fiocco, nastro, filato tessuto) per migliorare le lavorazioni successive quali la tingibilità, il colore o le prestazioni finali.

Stiamo parlando del candeggio, la purga, il bruciapelo, vaporissaggio, termofissazione, la sodatura, la sbozzima, il mererizzo, la termofissazione, il lavaggio e la sgommatura.

I trattamenti della nobilitazione tessile

Sbozzima

La presenza sull’ordito della pellicola detta bozzima (liquido colloso usato per impregnare i filati prima della tessitura) dato in fase di imbozzimatura rende difficoltose le successive lavorazioni, per cui bisogna eliminarla; eventuali residui di bozzima provocano assorbimenti di colore differenziati in tintura. L’imbozzimatura è, infatti, la ricopertura con resina eliminabile al lavaggio dei fili di ordito prima della tessitura per renderli più lisci e resistenti. È necessario proteggere il filo di ordito nella tessitura con sostanze capaci di formare per asciugamento una pellicola resistente elastica tipo guaina protettiva.

L’operazione di bozzima effettuata con metodi discontinui, per esempio “jigger”, o con metodi semicontinui (foulardaggio e rotazione per 12 ore pad batch) e continui (foulardaggio e vaporizzazione pad steam), consiste nelle seguenti azioni:

  • l’impregnazione del tessuto con bagno sbozzimante per il tempo necessario a rigonfiare (reidratazione) la pellicola protettiva;
  • l’intervento con azione chimica solubilizzante (tempo prolungato di stoccaggio o accelerazione con vaporissaggio); in genere, per demolire, si usano degli enzimi amilolitici.
  • lavaggio a caldo per solubilizzare ed eliminare i residui di bozzima.

Per esempio, nel cotone, le bozzime utilizzate sono di tipo amidaceo e si utilizzano, come prodotto di sbozzima, enzimi opportuni che degradano biologicamente l’amido.

Bruciapelo o Gasatura
È un’operazione che serve a eliminare i peli sporgenti, effettuata di solito sulle pezze ortogonali gregge di lino e cotone. La pelosità infatti toglie brillantezza al tessuto e gli conferisce un aspetto peloso e invecchiato.
L’eliminazione della pelosità può essere effettuata con due diversi sistemi:

– bruciapelo termico = trattamento con fiamma,
– bruciapelo chimico = trattamento con enzimi.

Bruciapelo termico

Particolare della macchina bruciapelo a fiamma

Il tessuto passa velocemente (un solo lato o entrambi) sopra la fiamma: i peli sporgenti vengono eliminati. La fiamma è in genere perpendicolare al tessuto posta a una distanza di 1,5-4 mm dalla punta della fiamma. Sotto il tessuto sul lato opposto alla fiamma è posizionato un aspiratore che ha il compito di attirare la fiamma concentrando il calore sul tessuto. Il tessuto scorre sopra la fiamma con velocità da 50 a 100 m/min. Un lavaggio successivo elimina i residui della combustione. Lo stesso procedimento può essere effettuato sul filato.

Bruciapelo chimico
Il trattamento sostituisce quello termico, operando con un bagno di enzimi che aggrediscono superficialmente la fibra cellulosica, eliminando le fibrille. Esistono vari tipi di enzimi: quello più utilizzato è la “cellulasi” impiegato su cotone e fibre cellulosiche. Al termine del trattamento con enzimi è necessario neutralizzarli agendo sulla temperatura, altrimenti gli enzimi continuano nella loro azione disgregatrice del tessuto. Dopo il trattamento del bruciapelo – sia termico sia soprattutto enzimatico, è importante verificare la resistenza del tessuto, che può essere stata intaccata per anomalie di applicazione dell’enzima stesso o della eccessiva esposizione al calore.

Candeggio
La funzione dei candeggianti è quella di ossidare le ultime tracce di sporco che i tensioattivi e gli altri prodotti non sono riusciti ad eliminare (macchie di caffè, vino, frutta e simili). Serve a ottenere il bianco, preparare il fondo per la tintura, scaricare tinte indesiderate.

Esistono i seguenti tipi di agenti candeggianti:

  1. a) candeggina o varechina o ipoclorito sodico. Tra i vari candeggianti chimici è quello che ha un’azione ossidante più forte e pertanto se non viene utilizzato nelle giuste concentrazioni e a temperature controllate può provocare forti danni al tessuto (decolorazioni, perdita di resistenza, falli e simili). La presenza di metalli può accelerare l’azione del candeggiante con gravi danni (azione catalitica). Ha una spiccata azione battericida e germicida.
  2. b) perborato sodico: ha un’azione meno spinta dell’ipoclorito; si presenta come una polvere bianca, poco solubile, ma facilmente decomponibile in acqua, liberando acqua ossigenata; in genere viene usato incorporato al prodotto di lavaggio o addizionandolo ad un altro della gamma (rafforzatore). Non è efficace come germicida.
  3. c) acqua ossigenata o perossido di idrogeno: ossida le impurezze della fibra col risultato di candeggiarla; nei processi di candeggio viene usata a concentrazioni di ossigeno attivo di circa il 20-30%. Al 3% viene usata come disinfettante. Ha un’azione meno spinta del perborato.

Candeggianti ottici

Tessuto di cotone con candeggio ottico prima della tintura e dopo esposizione alla luce

Aumentano la luminosità del bianco, trasformando la lunghezza d’onda dei raggi ultravioletti, non visibili, nello spettro del visibile. La superficie del tessuto emette radiazioni più visibili per l’occhio umano.

Mentre per candeggio o sbianca si indicano tutti quei trattamenti il cui scopo è quello di eliminare dalle fibre le colorazioni naturalmente presenti (alcune macchie di sudiciume o invecchiamento, con tonalità beige, arancio, giallo, bruno rosso) il candeggio ottico serve invece a coprire le colorazioni lasciate da quello chimico. Oggi viene effettuato per lo più con coloranti fluorescenti (effetto discoteca o “più bianco del bianco”).

Gli sbiancanti ottici, infatti, non rimuovono la macchia, ma la coprono con una patina, nascondendola. La loro azione è infatti principalmente sull’occhio e non sulla macchia. Difetto: bassa solidità dei colori alla luce.

 

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