Un viaggio nel mondo delle tinture tessili a derivazione naturale, tra lavorazioni ancestrali, scarti alimentari e dibattiti tecnici.

Oggi nel mondo del Fast Fashion, degli indumenti iper-performanti e delle fibre smart, anche le tinture tessili devono rispondere con agilità alle esigenze del settore. Le gradazioni devono adattarsi a cambi di trend sempre più repentini, replicabili per la produzione in massa e compatibili con le numerose funzioni innovative dei capi.

Spesso le tinture sintetiche derivano da pigmenti petrolchimici di bassa qualità e prezzo incospicuo, adatti alla produzione in massa; ma, se la performance è ineccepibile, i danni all’ambiente sono incontestabili. L’impatto negativo si propaga dalle acque al suolo, alla catena alimentare, minacciando l’equilibrio del pianeta e la salute dell’uomo.

Contrariamente ai pigmenti chimici, il processo di produzione delle tinture naturali è complesso, laborioso e lento; eppure un numero sempre maggiore di designer e artigiani sta tornando alla produzione di tinture derivate da fonti sostenibili, organiche, non tossiche e rinnovabili.
E, se in passato si accettava l’utilizzo di colori di origine animale – come il rosso carminio derivato dalla cocciniglia, o il porpora estratto da una specie di crostaceo – questa nuova generazione di mastri tintori pratica esclusivamente con ingredienti “vegani”.

Dalla pianta al pigmento

Stemmi di Cartamo

Steli, petali, stemmi, radici, bacche, corteccia. Tecnicamente si possono estrarre pigmenti da qualsiasi materia vegetale, anche se certe specie si prestano di più all’estrazione di colori ricchi e duraturi.

Esistono due tipi di tinture naturali:

  1. le tinture additive, quali la Rubia, necessitano di un “mordente”: una sostanza chimica utilizzata per fissare il colore alla fibra e renderla resistente a lavaggi ed esposizione al sole. Acidi organici e leggeri, come l’acido acetico o tannico, oppure sali, come l’allume di ammonio o l’allume di rocca (solfato di potassio e alluminio), sono tipicamente utilizzati come fissativi.Si usa anche il latte di soia, le cui proteine coadiuvano il legame tra pigmento e stoffa, seppur meno di frequente, poiché il fissaggio richiede tempi più lunghi.
    Il tessuto può essere bagnato in una soluzione di mordente prima della tintura; ma altre procedure prevedono l’aggiunta del mordente alla miscela di pigmento, o il trattamento della fibra con un ulteriore bagno di mordente a seguito della tintura per modificare il colore. Oltre all’azione fissante, il mordente può infatti influenzare gradazione, intensità e brillantezza.
  2. le tinture sostantive, invece, si fissano alla fibra senza l’uso di mordenti poiché contengono tassi elevati di un mordente naturale, il tannino. Un esempio è il Cartamo, una specie di zafferano di natura policroma (ossia da cui si può estrarre più di un colore, in questo caso giallo e rosso).

Anche se la resa della pianta è di un singolo colore, da una sola specie si possono ottenere varie gradazioni, la cui intensità varia a seconda della concentrazione di pigmento nella tintura o dal numero di immersioni cui il tessuto è sottoposto.

Pigmenti vegetali comuni nella tintura tessile

Indigo

(Indigofera Tinctoria)

Colore: toni del blu.

L’indaco è uno dei pigmenti più antichi. Viene utilizzato ampiamente in tutto il mondo, dalla Mesopotamia, all’Egitto, dall’India al Sud America. L’Indigofera Tinctoria è un legume estensivamente utilizzato nella coltivazione a rotazione, grazie alle sue proprietà di arricchimento del suolo.

 

Mirabolano

(Terminalia chebula)

Colore: giallo, kaki, nero.

Comune nelle regioni dell’India e alle pendici dell’Himalaya, fa parte della famiglia dei pruni.Estremamente versatile, non necessita di mordente per produrre toni ambrati che, invece, con l’aggiunta di allume di rocca virano sul giallo brillante. Il mirabolano vanta un alto contenuto di tannino che, quando reagisce con composti a base di ferro, crea tonalità kaki o nere.

Robbia

(Rubia Cordifolia)

Colore: rosso, arancione, rosa.

Appartenente alla famiglia del caffè, è una coltura antichissima. Il colore viene estratto da un composto chimico, l’alizarina, che si trova nelle radici. Una radice può produrre varie colorazioni, da rosso scarlatto a rosa tenue ad arancione carico.

Pro, contro e dibattiti

La produzione, l’utilizzo e il commercio di tinture naturali non sono esenti da dubbi e discussioni.

Innanzitutto, per un corretto fissaggio del pigmento le tinture naturali richiedono fibre naturali: le fibre sintetiche non garantiscono una tenuta soddisfacente, riducendone così lo spettro di utilizzo.

In aggiunta, oltre ad essere sensibili al Ph, alcune colorazioni vegetali tendono a scurirsi, sbiadirsi o perdere brillantezza nel tempo, ponendo un punto di domanda circa la durabilità dei capi tinti naturalmente e quindi la sostenibilità degli stessi.

Infine, in confronto ai pigmenti sintetici, la resa richiede quantità maggiori di materia prima ed estese aree di coltivazione dedicata (specialmente se non si tratta di scarti agricoli, come le bucce di cipolla, o di sottoprodotti dell’industria medicinale, omeopatica ed estetica, come l’albero del Neem) e la procedura richiede l’impiego di artigiani e tecnici propriamente formati. La conseguenza? Prezzi più alti, inadatti al mass market.

Non mancano tuttavia i contro argomenti.

 

Sei abbonato a Technofashion? Leggi l’articolo completo su TCF febbraio 2021

Non sei abbonato alla rivista Technofashion? Richiedi gratuitamente l’articolo completo

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here