“Sustainability in Fashion Value Chains” è una ricerca che analizza come la sostenibilità possa rappresentare una leva strategica di competitività per il settore moda, intervenendo già nelle fasi che precedono l’inizio del ciclo di vita del prodotto. Lo studio è stato presentato da TECNO, società benefit quotata su Euronext Growth Milan attiva nel settore SustainTech, in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Istituto Marangoni.
Le sfide del settore dal punto di vista ambientale
Lo studio mette in luce la dimensione della sfida ambientale che il settore tessile si trova ad affrontare. In Italia ogni anno vengono prodotte circa 615.000 tonnellate di rifiuti tessili, ma solo 154.000 tonnellate vengono raccolte in modo differenziato. Su scala europea, nel 2022 il consumo di prodotti tessili ha raggiunto una media di 19 kg pro capite, mentre circa 12 kg per persona finiscono tra gli scarti ogni anno. A questi volumi si accompagna un impatto rilevante in termini di risorse: per ogni cittadino europeo i consumi tessili sono associati mediamente a 355 kg di CO₂, 12 m³ di acqua, 323 m² di suolo utilizzato e 523 kg di materie prime. Dati che confermano come la sostenibilità non rappresenti più soltanto una questione ambientale, ma sia ormai strettamente legata all’efficienza dei processi industriali e alla competitività delle imprese.
Oltre l’80% dell’impatto ambientale di un prodotto può essere determinato già in fase di design, quando vengono operate le prime scelte relative a materiali e processo di realizzazione. Nei casi di LCA (Life Cycle Assessment), il metodo scientifico per misurare l’impatto ambientale di un prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita) ed economia circolare analizzati nel paper, l’impatto delle materie prime rappresenta oltre il 97-99% degli impatti valutati.
Per il settore della moda la sfida non è aggiungere un nuovo livello di compliance, ma utilizzare la maggiore conoscenza della filiera per migliorare il modello industriale. Gli stessi dati richiesti per governare il rischio possono aiutare a individuare inefficienze, gestire meglio le dipendenze dai fornitori e migliorare la competitività. È qui che sostenibilità e performance economica iniziano a convergere e il modello SustainTech diviene abilitatore del cambiamento.
- Salvatore Amitrano, CFO e CInO di Tecno Group
Trasparenza della filiera
Il problema delle materie prime è legato a filo diretto a quello dei fornitori e della trasparenza lungo la filiera: meno del 19% dei brand dispone di piena visibilità lungo la propria catena del valore, mentre il 52% dei principali brand pubblica la lista dei propri fornitori di primo livello. Inoltre, secondo l’indagine citata nel paper, il 40% di Gen Z e Millennials ha dichiarato di non ricevere informazioni sufficienti su come vengono realizzati i prodotti fashion che acquista, mentre oltre il 60% degli intervistati ha affermato che i criteri ESG influenzano le decisioni di acquisto.
La ricerca mostra anche quanto sia limitante proporre la sostenibilità come unico valore aggiunto di un prodotto, specialmente quando viene sfruttata a fini di marketing per giustificare prezzi più alti. Di fronte a un capo sostenibile più costoso, infatti, secondo una ricerca della Scuola Superiore Sant’Anna citata nel paper, solo il 24% dei consumatori sceglie l’opzione ecologica, mentre il 40% opta per l’alternativa convenzionale più economica e il restante 36% preferisce continuare la ricerca.
La sostenibilità diventa incisiva solo se integrata a benefici già riconosciuti dal cliente, come appunto qualità del capo o durata, provenienza, artigianalità, piuttosto che come vantaggio autonomo. A conferma di questo cambiamento vi è anche il mercato della seconda mano: una realtà stimata in circa 50 miliardi di euro che cresce da due a tre volte più rapidamente delle vendite primarie.
L’impatto ambientale non va comunque trascurato: l’industria tessile genera una quota stimata tra il 2% e l’8% delle emissioni globali di gas serra, mentre le attività di tintura e finissaggio rappresentano circa il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua pulita.
Infine, un ruolo importante nella nuova equazione del valore è rivestito da ciò che riguarda comunicazione e rischio di greenwashing. Un’analisi della Commissione europea citata nel paper evidenzia che, su 15 Stati membri dell’Unione europea, l’80% delle pubblicità di prodotto analizzate contiene almeno un claim ambientale e il 53% di questi claim è risultato vago, fuorviante o infondato. Il passaggio dalla comunicazione alla “verifiable product value” diventa quindi centrale: la capacità di dimostrare con dati e metodologie riconosciute le caratteristiche dichiarate del prodotto assume un valore crescente sicuramente sul piano regolatorio, ma molto anche su quello commerciale, in particolare per le nuove generazioni.




