È giunto il momento di agire

Lorenzo Bolcato
Lorenzo Bolcato

La situazione che sta vivendo il settore del tessile abbigliamento italiano è molto preoccupante. Molti sembrano ancora non rendersene conto o, anche se consapevoli, sono bloccati in un immobilismo generale. La nostra filiera produttiva sta perdendo sempre più tasselli, e questo è un problema che ha e avrà ripercussioni non solo su chi produce in Italia, ma anche sulle aziende italiane che producono all’estero e che direttamente o indirettamente beneficiano a vario titolo del marchio “Made in Italy”. Il Made in Italy è infatti riconosciuto come marchio internazionale, e in quanto tale porta in sé valori positivi e importanti; motivo per cui, oltre che utilizzato, andrebbe preservato, alimentato e protetto.

Parliamo delle aziende di abbigliamento. Quelle che producono prevalentemente all’estero ritengono che in fondo la salvaguardia del  Made in Italy non sia un loro problema, ma non è così: se in Italia viene a mancare una filiera rigogliosa, fresca, giovane e variegata, anche ciò che caratterizza il Made in Italy presto o tardi verrà a mancare. Questo semplicemente perché chi produce all’estero mantiene comunque in Italia la creatività, il design, la progettazione, l’innovazione… Ma l’innovazione nasce e si sviluppa prima di tutto da uno scambio continuo con tutta la rete di fornitori e di piccole aziende specializzate insieme alle quali nascono le idee: una tintoria che propone un nuovo trattamento, una tessitura che suggerisce l’impiego di un nuovo tessuto, una filatura che ha messo a punto un filato “intelligente”, una nuova tecnica di stampa, un confezionista che mostra un nuovo tipo di cucitura, un ricamo particolare, e così via… Se questa filiera fondamentale impoverisce, anche l’innovazione e la creatività dei designer si impoverisce, non ha più un bacino da cui prendere spunti per prodotti di alto livello e non può più arricchire quel Made in Italy che da questa innovazione è sempre stato caratterizzato e alimentato. E chi nella filiera riesce per qualche motivo a sopravvivere rischia di diventare una cattedrale nel deserto.

Per mantenere attivo il sistema serve un minimo di massa critica cui le aziende che rimangono a produrre in Italia possano appoggiarsi per realizzare determinate e particolari lavorazioni. Una massa critica che non può essere strozzata economicamente, non deve essere paragonata alle produzioni straniere, ma che va aiutata a crescere e quindi gestita cercando un giusto compromesso tra un’adeguata retribuzione e i propri costi aziendali: se questo non avviene anche chi decide di produrre in Italia, nonostante l’apprezzabile scelta, può contribuire senza volerlo e indirettamente a far morire il sistema.

Di contro, se ai committenti serve massa critica cui appoggiarsi, ai fornitori serve massa critica da cui ricevere commesse, in un processo virtuoso che si alimenta a vicenda. Se tutto questo è vero  e condiviso, è necessario che le grandi aziende facciano sistema definendo strategie coraggiose e prendendo decisioni  comuni,  definendo in termini concreti (milioni di capi?) quale può essere la massa critica sufficiente a mantenere in vita  la filiera produttiva italiana. Su questa base di “accordo” si potrà dare un minimo di supporto alla filiera e garantirne la sopravvivenza.

Sempre allo stesso scopo mi auguro che un eventuale intervento governativo futuro atto a ridurre il costo del lavoro, sia soprattutto mirato e indirizzato prioritariamente alle aziende  “produttive“ (laboratori, artigiani, ecc. e non commerciali).

Questo per due semplici motivi: esse rappresentano la parte più in difficoltà in questo  momento perché i più deboli negozialmente ed economicamente; poi perché è dalle unità produttive che parte la catena del valore  dei nostri prodotti e una riduzione di costo di produzione  va direttamente  ad aumentare la competitività dei nostri prodotti sul mercato.

È più che mai necessaria e urgente una presa di coscienza collettiva sul fatto che è il momento di agire, uno sforzo comune più diffuso e concreto, affinché il Made in Italy non muoia e non diventi una mera parola, svuotata del suo prezioso contenuto culturale e produttivo con tutte le conseguenze  economiche e sociali che questo comporterebbe.

 

di Lorenzo Bolcato (testo raccolto da Paola Tisi)

Diplomato a Padova presso l’ITIS per periti confezionisti (Itis Natta) Lorenzo Bolcato si è sempre occupato di problematiche legate alla supply chain in qualità di Direttore Operativo presso importanti aziende/marchi  del settore come C.P. Company/Stone Island, Giorgio Armani Simint, Chicco Artsana, Staff International (Dsquared, Martin Margela), ecc. È stato  Presidente ANTIA e oggi ne è consigliere. In questa carica, ma non solo, è sempre stato molto attento alla formazione dei giovani e anche a quella di chi è già impiegato nel settore.

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